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Gay & Bisex

L’aria condizionata 2


di Membro VIP di Annunci69.it chupar
31.08.2026    |    1.992    |    10 9.7
"Avevo sotto di me le loro palle che sbattevano l’una contro l’altra, mi sentivo tra due stalloni impetuosi, quando, a un tratto, iniziarono a baciarsi sopra la mia spalla destra..."
Avevo preso un giorno di ferie convinto che bastasse chiudere la porta di casa per lasciarmi alle spalle quello che era successo in ufficio. Avrei solo voluto capire chi fosse il tecnico, dove mi avesse già incontrato e, magari, farlo diventare un mio appuntamento fisso. Ero un po’ stanco di cercare online e di ritrovarmi con appuntamenti saltati dopo aver fatto i salti mortali per liberarmi.
Verso le sedici e trenta suonò il campanello. Pensai che l’operaio fosse in anticipo e invece, quando aprii, trovai il mio capoufficio, un uomo sulla cinquantina dalla corporatura slanciata e dai capelli ormai un po’ radi. Non era male. Aveva un naso importante e un’espressione torbida che compariva soprattutto quando smetteva di parlare e si limitava a osservare. Il suo sorriso, appena accennato e spesso fuori tempo, non rassicurava: lasciava piuttosto la sensazione che stesse immaginando qualcosa che gli altri non potevano vedere.
«Posso entrare?» Non aspettò la risposta. Si tolse la giacca, l’appese con una cura quasi irritante e rimase qualche secondo in piedi nell’ingresso, guardandomi a gambe divaricate, in camicia e cravatta. Non aveva con sé fascicoli né la cartella che portava sempre. Era venuto soltanto per me e dalla faccia capii il perché.
Si sedette sul bordo della poltrona: «Quello che è successo ieri non può essere liquidato come una sciocchezza».
Abbassai gli occhi: «Come l’hai scoperto?»
«Un tecnico viene in ufficio durante la pausa pranzo. Entra nella tua stanza. La porta rimane chiusa. Quando esce, tu sei sconvolto e lui sembra avere una fretta maledetta di andarsene. La signora delle pulizie ha trovato una pezza accartocciata, macchie di sperma sulla cravatta dimenticata nel cassetto e sul tappeto sotto la scrivania. La segretaria sta spettegolando con mezzo mondo e tu ti prendi pure un giorno di ferie? E che cazzo!»
«Non ero in condizioni di venire al lavoro».
«Non eri in condizioni nemmeno ieri di affrontare una riunione! Ma come cazzo ti viene in mente di scopare con uno sconosciuto sul posto di lavoro?» Il suo tono non era solo quello di un superiore che rimprovera semplicemente un dipendente: «Potrei aprire un procedimento disciplinare».
«Lo farai?»
Mi guardò: «Non lo so. Immagina la figura di merda ai piani altri se scrivo di un mio dipendente che lo prende in culo durante la pausa pranzo».
In quel momento suonò di nuovo il campanello. Ci voltammo entrambi. Nessuno dei due disse niente. Andai ad aprire. Era il tecnico. Aveva la stessa tenuta da lavoro del giorno prima, le mani infilate nelle tasche dei pantaloncini e un’espressione tranquilla. Dietro di me il capoufficio si era alzato e lui lo vide: «Scusi se vengo senza avvertire». Per un secondo nessuno parlò, poi il tecnico mi sorrise appena: «Se vuole torno un’altra volta per la questione del guasto».
«È il mio capoufficio».
«Piacere».
Si strinsero la mano. Una stretta breve, formale: «Ci siamo sentiti ieri per telefono, mentre se lo scopava». E non distolse gli occhi da lui. Il tecnico esitò. Pensai non stesse riuscendo a mettere a fuoco la situazione. Io mi sentii arrossire, mentre il dirigente, incazzato, si riprendeva la giacca: «Forse è meglio che vada».
Lo disse a me, continuando a guardare il tecnico. Prima di uscire, però, si fermò sulla soglia ad ascoltare l’operaio che si stava togliendo lentamente la maglietta: «È geloso di lui?» Fece un passo verso di me e mi tastò il culo: «Perché non mi è mai successo che uno va a casa di un dipendente per dirgli certe cose».
Ebbi la sensazione che forse il problema non fosse ciò che era successo in ufficio, ma quello che stava cominciando a verificarsi, perché il dirigente gli si avventò contro: «Figlio di puttana! Ma come cazzo ti permetti?»
Quello replicò quasi divertito: «Amico, non ne vale la pena! L’ho conosciuto quando stavo al militare e ha fatto la troia con mezza Cecchignola quando sono partito».
Mi venne in mente solo allora quando e dove l’avessi conosciuto: a Roma, dopo la fila al pub per il cesso. Eravamo andati a casa sua prima che partisse per una missione e c’era pure un suo amico.
Il bastardo non si limitò alla nostra serata, ma riferì delle inculate multiple prese nel vano caldaie della caserma, delle quali il suo amico Aldo gli aveva evidentemente raccontato.
Il mio superiore, ascoltando senza commentare, non poté nascondere l’erezione che ormai gli premeva vistosamente sulla coscia destra. «Il tuo cazzo ti dice di restare!» ironizzò l’operaio, iniziando a slacciarsi la cintura. Quindi, prese la mia mano e se la mise sul pacco: «C'ho un bel carico pure per te, se lo vuoi!»
«Stronzo! Io i culi li spacco e non me lo faccio fare!»
«Allora ci spartiamo il suo!»
Non è che avessi tanto da perdere e, diciamolo, fare la troia con entrambi mi avrebbe molto probabilmente salvato il posto di lavoro.
Gli tirai fuori l’uccello, mi chinai e la mia bocca s’avvicinò. Con la lingua iniziai ad accarezzargli la capocchia, ruotandoci delicatamente intorno. «È così bravo pure sul lavoro?» ironizzò il tecnico mentre il suo cazzo si induriva tra le mie labbra.
Il capoufficio si accostò a noi e, aprendosi la patta: «Resta tutto in questa stanza! Mi dispiacerebbe dover rivedere alcune decisioni sul suo futuro lavorativo».
«E certo!» garantì l’altro infilandomi l’uccello in gola e chiedendomi di dimostrare quanto ci sapessi fare.
Mollai la presa e lasciai colare la saliva sulla cappella del responsabile. Era un pezzo di merda sul lavoro, ma davvero ben messo sotto. Me lo piantai fino in gola, ormai certo di poterlo convincere.
Mentre glielo ciucciavo con trasporto, l’altro arrivò dietro di me, nudo e con la sua bella mazza in tiro. Mi staccò dall’uccello del complice, mi sputò in bocca e mi rimise in posizione da bocchino. Mentre poppavo il cazzo dirigenziale, mi divaricò le natiche e mi spalmò del lubrificante che aveva nella borsa degli attrezzi. Dopo una rapida spagnoletta di chiappe, iniziò a scoparmi, sbattendomelo dentro per bene.
Ci spostammo verso il divano.
Il mio capo si era appena messo a suo agio, seduto, per godersi il mio magistrale pompino, quando l’operaio prese in mano la situazione. Mi fece sedere sul cazzo del mio superiore, mi spinse per la schiena e forzò per entrare anche lui.
Il capo mi divaricò le chiappe per agevolarlo.
Gli chiesi di non esagerare, di lasciar perdere, ma quello: «È tutto a posto!»
«No, col cazzo è tutto a posto! Mi stai facendo male».
«E io mentre voi trombate mi faccio una sega, secondo te?» Mi lamentai ancora e lui, schiaffeggiandomi le chiappe: «Stai zitto! Sei un uomo o una mezza femmina?» E senza altri convenevoli s’infilò del tutto:«Oooh, sì, ecco qua!»
Dopo un attimo di assestamento mi sentii dominato e sovrastato dalla situazione. Non avevo alcun il controllo, ma stavo godendo. Mentre mi facevano muovere su e giù con gli stessi tempi, il mio capo mi baciava il collo, l’altro la schiena. Avevo sotto di me le loro palle che sbattevano l’una contro l’altra, mi sentivo tra due stalloni impetuosi, quando, a un tratto, iniziarono a baciarsi sopra la mia spalla destra. Quando voltai il viso per introdurmi nel bacio, smisero e si staccarono.
Muovendomi come un oggetto, il tecnico mi sistemò sul divano e mi tirò su le gambe, dopo avermi messo sotto il culo un cuscino. Mi penetrò di nuovo, abbassandosi con il busto abbastanza per avere il suo sedere pelosetto in bella mostra. Il mio superiore, dopo aver ammirato la scena, segandosi, gli arrivò da dietro. Gli chiese di fermarsi e, dopo avergli sputato sul buco, e gli sbatté dentro il suo uccellone, senza che quello obiettasse se non con: «Ummmh…cazzo! Sei un frocio di merda!».
«Te l'ho detto che io i culi li rompo!»
Per come era entrato il mio superiore, quel culo non poteva certamente essere nuovo a quel tipo di esperienze. La stimolazione anale, tra l'altro, portò quel gran pezzo di maschio alle stelle. Più si eccitava, più me lo sbatteva con forza, più lo faceva più io ansimavo, eccitando il mio capo che lo inculava con altrettanta violenza.
Il manovale fermò la giostra e, tirandolo fuori velocemente, mi sborrò sul petto: «Cazzo! Cazzo! Cazzooooh...»
Il mio capo, però, doveva venire ancora. Mentre l’altro se ne andava in bagno a pulirsi l’uccello, mi prese e mi fece poggiare alla spalliera del divano. Se lo sbatacchiò sul mio ano lubrificato e poi l’attraversò con ovvia facilità: «Sei più largo di una figa!»
Spingendo a fondo per qualche minuto, mi toccò l’uccello con maestria, tanto che non resistetti un granché e godetti sul sofà: «Cazzo, mi fai venire!» Sentendo il mio flusso spingere fuori il suo uccellone, anche lui si eccitò fino al punto di sborrarmi in faccia e in bocca: «Apri, apri... Porca troia!»
Sporco di sperma, esausto e sudato, andai a farmi una doccia. Mi rivestii, pensando improvvisamente al fatto che il mio capo non avrebbe mai potuto sapere se in ufficio avessi avuto un ruolo passivo o attivo. Eppure era stato chiaro e sicuro nell’affermare che l’avessi preso in culo. Uscii dal bagno e li trovai sul letto nudi, con le braccia sotto il cuscino, a cosce aperte e il cazzo, quasi in ripresa, poggiato sul bacino. Erano maledettamente sexy. Tamponandomi il culo dolorante: «Siete due stronzi!»
Il capo mi guardò: «Io? Pure? Tramite la telecamera di sicurezza del tuo ufficio, vi ho beccati “per caso” dal mio cellulare mentre ero a pranzo. Dopo aver chiamato lui per capire se la sua azienda avesse avuto interesse a ricevere la registrazione, sono anche venuto a casa tua a chiarire?! Cosa potevo fare di più?»
«E chiarire vuol dire aprirmi il culo in due? Potevi solo farmi una proposta e vedere come reagivo, no?»
«Certe cose non si possono più chiedere sul posto di lavoro. Si rischiano denunce per molestie e cazzate varie! E io mica sono gay? Sono un rispettato padre di famiglia».
Intervenne l’altro: «Amico, non rompere i coglioni. Anche io l'ho preso in culo e a te è piaciuto parecchio farti spaccare da due cazzi! Il rapporto è stato ampiamente consensuale».
«Quale rapporto? Perché tu ricordi di avergli spaccato il culo?» chiese il mio capufficio, suscitando una risatina dell’operaio.
Mi girai di spalle. Lasciando scivolare giù l’asciugamano. Da un tubetto di mia moglie mi lasciai scivolare una crema densa tra le chiappe. Cominciai a distribuirla e a infilarmela nell’ano prima con una poi con due dita: «Uummh…che male! Fortuna che mia moglie rientra domani…»
Dopo un attimo di silenzio, ben quattro mani e due cazzi eretti m’invogliarono a mettermi a letto.

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